E cosa possedeva mia nonna dopo settanta anni di vita e di traslochi per le guarnigioni militari del Quadrilatero? Un paio di orecchini, un anello di sua madre, grembiali da cucina, una fotografia di quando era ventenne e bellissima e la grande gonna che metteva quando andavamo nei prati a raccogliere il radicchio, i sarsét, gli asparagi selvatici. E quando sentivo come un fruscio di acque sotterranee mi voltavo e la vedevo ferma, a gambe allargate, con la sua gonna che scendeva fino all’erba del prato, che stava facendo la sua pisciatina, e la amavo con una tenerezza che si irradiava nelle luci del tardo pomeriggio, sull’altipiano, nella gloria delle nostre montagne dal Matto all’Argentera al Viso, sempre al loro santo immancabile posto.
I bambini che non hanno nonni o non conoscono la fanciullezza con i nonni non sanno cosa è l’amore a cerchio di vita, dell’infanzia e della vecchiaia che si compenetrano nell’arco della vita; non l’amore possessivo, nevrotico, ansioso dei genitori, sempre lì a pensare cosa farà da grande, sarà bravo da grande, ma l’amore di chi pensa solo a chiudere il cerchio della vita, il freddo, la noia, la debolezza dei vecchi per cui è un dono la curiosità, la vitalità, l’ingenuità dei piccoli.